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Il (nonsolo)grafico del Freelancecamp: Roberto Pasini – Kalamun

Scritto da Alessandra il 24 Giugno 2020
Senza Roberto Pasini il Freelancecamp avrebbe un aspetto diverso, e forse non saremmo riusciti a realizzare in tempo certe magnifiche idee dell'ultimo minuto che, come per miracolo, hanno preso forma grazie a scambi di idee al volo, in messaggi asincroni (i miei mattutini, i suoi notturni). Ormai lavoriamo benissimo a distanza, infatti ci stiamo organizzando per vederci lo stesso, ma solo per mangiare bene, bere vino buono e fare chiacchiere fra belle persone.

Ciao Roberto, a ogni Freelancecamp ti facciamo progettare qualcosa di nuovo; come è stato creare un po’ alla volta l’immagine coordinata del Freelancecamp?

Un’esperienza insolita.
Quando mi hai chiesto di disegnare il logo, avevamo come riferimento le linee guida dei barcamp. La fiamma e il font Century Gothic vengono da lì.
Dopo qualche anno i barcamp erano passati di moda e bisognava trovare una propria identità.
Abbiamo proceduto a piccoli passi: un anno abbiamo aggiunto un colore, scegliendo il fuxia che si abbinava bene all’azzurro ed era vivace; un altro anno il tratto a pennello per rendere la comunicazione meno pretenziosa rispetto alle solite grafiche altisonanti degli eventi; un altro anno la dea a quattro mani (all’inizio c’era anche un dio, ma non ci ha convinto) e un altro anno la trama a righe inclinate.

L’unico vero trait-d’union di tutto il progetto è stata la contingenza.
L’organizzazione del Freelancecamp è quanto di più impeccabile io abbia mai visto, e lo è perché un sacco di persone si fanno in quattro per compensare i ritardi, pianificare gli impegni, anticipare le richieste.
Quando lavori a un evento qualsiasi, sai che ti devi inserire in quel tipo di flusso, sai che ti arriveranno i materiali la sera prima, gli ultimi sponsor il giorno dopo aver mandato tutti i materiali in stampa. Dovrai produrre una quantità e una varietà di gadget enorme. È un’esperienza completa, stancante e avvincente.

A volte mi son trovato talmente prosciugato di creatività da non sapere più cosa inventarmi, così alcune grafiche le ho buttate lì col pilota automatico ed è stato in quei momenti che ho benedetto l’avere un’immagine coordinata di riferimento.

Tu vivi e lavori a Parigi da anni; che impatto ha avuto (e sta avendo) l’emergenza Coronavirus sulla tua vita e sul tuo lavoro?

Il lockdown è stato un periodo felice, perché non ho avuto perdite care e perché c’era quest’atmosfera comprensiva, come se fossimo tutti  giustificati a goderci la vita.
Ci sono arrivato preparato: lavoro in casa da 15 anni, amo la pochissima noia e la moltissima solitudine quotidiane.
Non tutti sono fatti per lo smart working, io non riesco a immaginare niente di meglio.

La mia attività di formatore ha subìto una battuta d’arresto, ma ora sta riprendendo online. Sinceramente non mi preoccupa. Alla prima lezione che ho tenuto via Zoom mi son trovato molto bene, ha più vantaggi che svantaggi rispetto all’aula.

Essere freelance in Francia è meglio o peggio che in Italia?

Mi sento molto cresciuto da quando sono qui. Crescere per me è portare i rami lontani dalle radici e sento che lo sto facendo, non so se è merito della Francia, dell’emigrare in sé, della grande città o semplicemente del tempo che passa.

Non ricordo bene com’era essere freelance in Italia, lo sono stato quando ancora non esistevano i forfettari e tutto mi sembrava comunque facile e divertente.
Due cose però mi hanno colpito dell’essere freelance a Parigi.

Quella positiva è il rapporto con l’agenzia delle entrate: ci sono persone vere, che si ricordano di me e della mia attività, che capiscono le mie difficoltà e se possono mi aiutano. Mi hanno tolto non una, ma ben tre multe, semplicemente perché hanno capito che ero in buona fede. Provaci te con gli acronimi fiscali francesi, l’annexé 2042C e l’URSSAF.
Ricordo invece il tono intimidatorio dell’agenzia delle entrate italiana, quasi mafioso, e ne provo disgusto.

La cosa negativa invece è che nonostante io sia freelance da 15 anni, con entrate dignitose, qui vengo visto come se fossi a un passo dalla disoccupazione. Chi non ha un contratto a tempo indeterminato fa più fatica a ottenere l’assistenza sanitaria, o a  trovare casa. Il mondo fuori dalla propria zona di comfort è tutto così.

Hai già partecipato a tante edizioni del Freelancecamp; oltre al Networking Corner e all’edizione online, c’è qualcosa che potremmo fare per la community?

Ho visto nascere spontaneamente gruppi di freelance che si scambiano consigli e clienti, condividono progetti e percorsi di crescita, e spesso si sono incontrati al Freelancecamp. Credo sia il risultato più concreto della rete che si è costruita attorno al camp. Non saprei consigliare niente di più prezioso di quel che già esiste.

Certo io c’ho trovato pure la fidanzata, ma è stato accidentale: non serve che apriate un’agenzia di appuntamenti per freelance.
[Eh però quasi quasi…]

C’è un talk del Freelancecamp che ti ha insegnato qualcosa di utile che ti è servito durante l’emergenza Coronavirus?

Recupero dal 2014 il buon Bonora in un talk sull’UX design dei servizi igienici: ”I bisogni degli utenti: 5 lezioni che ho imparato dalla comunicazione nelle toilette”.

Credo fosse l’anno in cui ho ricevuto in premio la t-shirt “imprenditori anonimi”.
Durante la quarantena ho dovuto condurre dei test di usabilità di interfaccia, a distanza, in francese e con connettività altalenante. Non è che per l’occasione mi sia rivisto quel video lì, ma sicuramente qualcosa deve avermi lasciato. Qualche ottima battuta sul bidet, forse.
Oltretutto erano test per un software medico, quindi sempre in ambito sanitario.

Se tu dovessi esprimere un desiderio per il 2020?

Desidero l’immortalità, per provare com’è non saper cosa fare la domenica.

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