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Gente del Freelancecamp: Valentina Raimondi

Scritto da Alessandra il 16 Marzo 2021
Valentina torna al Freelancecamp, questa volta come "testimonial" di Hypernova (nostro sponsor) per raccontarci come la cooperativa l'ha aiutata a costruirsi il lavoro proprio così come l'aveva sognato.

Ciao Valentina, bentornata al Freelancecamp; questa volta anche come portavoce di Hypernova e della rete DOC Servizi, nonché speaker. Vuoi raccontarci in breve chi sei, cosa fai e a chi puoi essere utile?

L’altro giorno una mia amica ed ex collega mi ha detto che sono “tutto, non posso dirti che sei solo un social media manager”. E mi sa che ha ragione. Perché alla fine mi ritrovo davvero a seguire progetti diversi e ogni volta indosso un abito differente: sono una social media manager, a volte sono una copy, altre volte una content creator, a volte sono il piccolo aiutante di Babbo Natale (porto l’attrezzatura e magari gli faccio anche le storyboard) di marito film maker, invento e creo progetti che vanno dalla didattica digitale alla comunicazione, sono una formatrice, anzi una Prof come dicono i miei studenti (e non c’è nome più bello). 

Le etichette ti imprigionano in un ruolo, ma noi non abbiamo ruoli, non abbiamo un solo vestito, abbiamo tanti abiti, abbiamo tante competenze che assembliamo e montiamo come mattoncini della lego e ogni volta diamo vita a qualcosa di diverso. Quindi che cosa so fare: tante cose dai social a WordPress e dalla strategia ai copy passando dalle grafiche con Canva se c’è bisogno, so vedere cosa funziona e cosa no, so vedere in cosa sei forte e in cosa puoi fare la differenza e ti aiuto a costruire la tua strada qualunque sia.

Dicci anche qualcosa su Hypernova e sulla rete DOC Servizi.

Una famiglia, la mia seconda famiglia, di cui condivido valori e obiettivi: moltissimi progetti, soprattutto in questo anno, mi sono arrivati grazie alla cooperativa.
Mi permette di realizzare progetti anche molto complessi, come “Scuola digitale” il mio progetto più bello. Quando devo realizzare un lavoro molto complesso ho la possibilità di trovare tanti professionisti e colleghi con cui condividere il lavoro.
Infine le tutele. Alla fine sei un lavoratore autonomo con i vantaggi del dipendente: ho la busta paga a fine mese, vacanze, maternità.

Come avete vissuto, tu personalmente e la cooperativa, questo anno di lavoro e tutti i cambiamenti dovuti alla pandemia?

Quest’anno siamo andati a due velocità: i soci della parte digitale e innovativa non hanno mai smesso di lavorare, anzi molti avevano anche più lavoro del previsto ed è stato interessante vederesoci che si scambiavano lavori; chi insegnava, anche musica, ha adottato il formato delle lezioni online. Molto più complicato è stato per i lavoratori dello spettacolo, un numero altissimo di soci che a causa di teatri chiusi e concerti saltati si è trovato in una situazione davvero complicata.

Il fatto di essere insieme ci ha permesso di trovare alcune soluzioni, alcune con la collaborazione con le istituzioni, altre grazie alla tecnologia, come Rebel Live la piattaforma per gli spettacoli in streaming, realizzata dagli sviluppatori della cooperativa. Ma è stato comunque molto duro per una parte dei soci.

Cosa ti porterai dietro di questi cambiamenti anche quando torneremo a poter viaggiare e incontrarci?

Il ritmo. Ho dovuto accentuare la mia capacità di dare il ritmo alle cose.

Non capivo bene quale era la mia dote, ma questo periodo mi ha permesso di capirlo: do il ritmo, do il ritmo ai progetti, do il ritmo alle lezioni, do il ritmo al lavoro, alla vita, do carica quando sembra che non ce ne sia più. Ho scoperto come incanalare quell’energia che mi rendeva esuberante e sono riuscita a metterla nei progetti, così le riunioni a distanza, il lavoro a distanza, le lezioni a distanza acquisivano una dimensione diversa, piacevole, bella. E si lavorava di più e pure meglio.

Sono stati i miei studenti a insegnarmelo, a farmelo capire: fare 4 o 5 ore di didattica a distanza ogni giorno con uno schermo davanti che attutiva le emozioni mi ha fatto capire che bisognava forarlo in qualche modo e l’unica cosa che avevo era la mia energia, ma andava calibrata. Gestita. Allora ho iniziato a fare ta ta ta ta, tempo e ritmo, pause e battito. E i ragazzi seguivano, non perdevano né filo né strada. 

Mi sono sentita come un coach a bordo campo che incita i suoi a raggiungere il traguardo, a fare le flessioni, a saltare più in alto o un direttore d’orchestra che gestiva animi, umori e competenze.

Ora che ho trovato il ritmo o meglio ho capito come gestire la mia energia, mi porto dietro questo nuovo approccio: è come se avessi comprato una batteria e al momento giusto mi metto a suonarla. E faccio rumore. Perché alla fine mi piace fare rumore.

Hai una macchina del tempo e ti incontri al tuo primo anno da partita IVA. Cosa ti dici?

Come ho fatto?!? Burocrazia, conti che non capivo, preventivi su preventivi e pochi che andavo bene. Ero davvero giovane e senza esperienza. Avrei dovuto incontrare il Freelancecamp prima. Ogni mese mi dicevo: “Metti via che poi ci devi pagare le tasse”, ma le cifre erano talmente ridicole che non ci campavo all’inizio. E il momento che incontravi la commercialista che ti diceva quanto dovevi pagare era sempre un momento complicato. Poi sono entrata in cooperativa e tutto questo finalmente è sparito.

Il 19 ci parlerai della tua storia di partita IVA, con un talk dal titolo molto ispirante: “Oltre i pregiudizi verso il lavoro dei sogni”. Vuoi anticiparci qualcosa?

Mi ricordo questa frase orrenda: “Non ci campi con la fantasia. Dove vai tu con la testa sulle nuvole. Gli scrittori erano tutti morti di fame, non si vive di arte.” Più che frasi erano messaggi, da cui eri bersagliata di continuo. Devi studiare le materie serie: ingegneria, medicina, economia, diritto. 
E tu che non vuoi morire di fame, a un certo punto metti giù penne e pennelli, colori e disegni, riponi i tuoi libri e fumetti fantasy nella libreria perché sono infantili e tu devi diventare grande. Peter Pan è un irresponsabile. Su, piedi per terra e diventa grande. 

Ma diventare grande non vuol dire abbandonare i propri sogni. L’ho capito tardi. Ma quando l’ho capito sono tornata indietro. 
Come è finita? Ve lo racconto nel talk. 

C’è un talk del Freelancecamp che ti ha insegnato qualcosa di utile che ti è servito durante l’emergenza Coronavirus?

Ce ne sono tre alla fine, non riesco a scegliere. 

“Se Obama può prendersi 5 minuti, perché non possiamo prenderceli noi”, questa frase di Giusy Valentini me la ripeto ogni volta che mi dico: “No, non ho tempo per me”. Non sono ancora bravissima a prendermi del tempo per me, ma un passo alla volta ce la farò.

E due di Roberta Zantedeschi, una serie di consigli utilissimi per migliorare il proprio personal branding, soprattutto per chi come me si dedica a quello degli altri e trascura il suo. La frase che mi aiutato e mi aiuta di più di uno dei sue due talk è: “Se non lo dici tu, lo dirà qualcuno d’altro”. Così ho preso coraggio e ho iniziato a fare stories su argomenti che mi stavano a cuore. Insomma la meravigliosa tribù del Freelancecamp ti aiuta ad andare oltre paure e limiti.

Tu sei anche socia del Freelancecamp Club. Com’è stata finora la tua esperienza? Cosa ti aspetti? Cosa vorresti?

Vorrei avere più tempo per partecipare agli ZoomClub e non vederli in differita. Ma quello è un problema mio. La formula Freelancecamp Club mi piace un sacco per tutti i contenuti e gli spunti che ricevo di continuo, il gruppo che alla fine è una vera community di cui ti senti parte e che sai che ti può aiutare. I corner in gruppi ristretti sono utilissimi per confrontarsi. 

Le persone che ci stanno dietro e che lavorano di continuo per poter vivere al meglio il Freelancecamp Club, da Silvia ad Alessandra, che ti fanno sentire, dico la verità, coccolata e preziosa. Non saprei davvero cosa potreste migliorare.

E infine, come chiediamo a tutti: scegli una canzone che per te rappresenta lo spirito dei freelance, e dicci perché.

“Dream” dei Cranberries, per il ritmo e i colori che mi fa percepire, perché la vita mi piace colorarla, la mia e quella degli altri.

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