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Ninni Bruschetta e lo spazio del rito

Scritto da Silvia Versari il 11 Agosto 2021
Una chiacchierata con Ninni Bruschetta sul mestiere di attore, una riflessione molto profonda e personale su come il settore dello spettacolo è cambiato e cambierà per la pandemia, sullo SPAZIO di fruizione dell’arte, che è spazio del rito, importante non solo per l’opera, ma anche per chi la vive da spettatore.

Qui il video dell’intervento di Ninni Bruschetta, al Freelancecamp online 2021.

L’attore, il rito, il luogo del teatro. Si può fare teatro senza la presenza?

In teatro c’è una condizione determinante, che è la natura stessa del teatro: il RITO, ovvero una condivisione dell’officiante con i presenti che mira alla stimolazione dello spirito; non stiamo parlando di religione, ma di condizione umana.

Per questa ragione è infattibile al di fuori dello spazio (o meglio, della dimensione) del teatro, o ancora meglio: dello spazio VUOTO del teatro, che è come quello del tempio in cui, diceva il grande Meister Eckhart, si vede la somiglianza con Dio, cioè proprio il vuoto, il non-essere.

In questa condizione il teatro racconta delle storie, cioè mette in moto il più grande veicolo di comunicazione, che batte qualsiasi virtualità e qualsiasi rete: la tradizione, che è il passaggio di persona in persona della cultura, della riflessione, del pensiero, anche diverso.

Facciamo spettacoli di teatro in streaming?

Da un lato, questa situazione ci fa dichiarare un’attesa (noi attori siamo abituati ad aspettare, come ogni freelance) della riapertura dei teatri, dall’altra ci fa considerare qualche palliativo, che serve più che altro per tenere in vita i teatri pubblici.
Perché “palliativi”? Perché trasmettere spettacoli in streaming, oltre a essere un tradimento alla natura stessa del teatro, è un mettersi su un mercato in cui la concorrenza ti distrugge.
Nessun tipo di spettacolo teatrale ripreso può avere la stesso appeal del peggiore dei film. Sono mezzi di comunicazione diversi.

Quella che noi facciamo in teatro è la rappresentazione di un’altra virtualità, quella dell’uomo. Gli indù dicono: “la vita dura 9 mesi, il resto è rappresentazione”.

Un ragionamento più generale su quello che sta succedendo.

La pandemia ha soltanto velocizzato l’assorbimento del mercato cinematografico dentro quello televisivo, fenomeno in atto già da almeno 20 anni. Come per il calcio, nessun progetto cinematografico può esistere, economicamente parlando, senza i diritti televisivi.
Probabilmente altre sale cinematografiche chiuderanno, anche le multisale che si erano già mangiate le piccole sale. La sala cinematografica si trasformerà probabilmente in museo cinematografico, assolvendo la funzione che una volta avevano i cineclub (con i festival e le retrospettive), ridando la propria dimensione ai vecchi film, pensati proprio per essere fruiti in sala.

Il “nuovo” cinema, invece, si sposterà, con ogni probabilità, direttamente in televisione, come sta già avvenendo da tempo. Una volta, vedere un film in tv significava vedere un riversamento (di qualità per forza di cose peggiore) di una pellicola; oggi, invece, si gira la fiction televisiva con le stesse macchine da presa elettroniche con cui si gira il cinema, e viceversa. I televisori sono grandi quasi come uno schermo cinematografico, i formati sono quelli del cinema, ormai è tutto completamente integrato.

Un problema diverso è dato dal contenuto: le storie e i racconti devono cambiare durante e dopo la pandemia, perché tutto, o almeno tanto, è cambiato. Ma i grandi narratori usano le difficoltà per costruire le storie, è sempre il conflitto che dà il via alle storie. Non possiamo più far finta di niente, questo presente deve entrare nelle storie. I social, la rete, ci danno l’illusione di poter essere velocemente ovunque, e di poter essere ascoltati da più persone, ma sta succedendo il contrario: l’ascolto è sempre più frammentato e discontinuo, come frammentata e discontinua è l’offerta, e l’audience. Per quel che riguarda il teatro l’attesa sarà più lunga, probabilmente.

Non esiste niente, nell’opera d’arte, che sia più importante dello spazio – diceva Florenskij – quello dell’opera e quello in cui l’opera si trova.
Nel buio di una sala, nel silenzio di un museo, la gente pensa diversamente, non tanto per quello che l’opera d’arte dice o racconta, ma perché viene loro consentito di spostarsi in uno spazio e in un tempo diverso da quello quotidiano della vita.

Fassbinder diceva che il teatro è in fin di vita, ma lo è sempre stato. E il teatro si riprende sempre, il vero cambiamento sarà, come diceva Dalì, tornare indietro, all’essenza.


Better Normal è il tema del Freelancecamp Punta Marina 2021. Basta lagne, basta anche guardare indietro a vedere cos’è cambiato. Tante cose sono cambiate, adesso è ora di guardare avanti, perché questa è la nuova normalità e vogliamo che sia meglio di prima, non un post-qualcosa.

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